La città in cui è ambientato The Wall, chiamata “Safe Esperia“, è ispirata alla città murata di Kowloon. Questa ambientazione mi ha sempre affascinata: per anni ho raccolto informazioni, foto, visto documentari e letto articoli, informandomi su questo inquietante quanto affascinante luogo, che ha ispirato anche altri autori tra fumetti, animazione e film. Era praticamente impossibile non cedere alla tentazione di cimentarmi con quel tipo di strutture, alla voglia di muovere i personaggi all’interno di strade così claustrofobiche, al desiderio di mettermi alla prova con sfondi più impegnativi. Il materiale raccolto durante gli anni, mi è stato utilissimo nel momento in cui avevo il soggetto di The Wall. Mi serviva un luogo dove ambientarlo. Un luogo che fosse praticamente perfetto per lo scopo e che ricordasse un posto realmente esistito. Kowloon era praticamente la risposta.

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A differenza di Kowloon, però, Safe Esperia è organizzata in “Bocchi”. Ogni blocco ha una lettera dell’alfabeto ed ogni gruppo di lettere corrisponde ad una zona più o meno povera della città. Alcuni blocchi sono inaccessibili ai cittadini delle zone più povere e altri invece, sono così pericolosi da tenere alla larga anche molte Sentinelle. Mi sono ispirata a Kowloon principalmente per il tipo di strutture e ambientazioni, oltre che per l’atmosfera. Ma Safe Esperia è decisamente meno sporca, in quanto tutto ciò che rimane della popolazione vive lì dentro e non può uscire, quindi viene fatta particolare attenzione a non ridurre tutto ad una discarica (anche se le zone povere sono particolarmente messe male).
Cibo e acqua sono razionati ogni mese. Ogni blocco riceve provviste sufficienti per trenta giorni, che vengono equamente distribuite tra i cittadini. Finite quelle, si deve aspettare il mese successivo o fare dei baratti, in quanto non esiste nessuna forma di pagamento e non esiste una moneta corrente. Ogni oggetto, vestito, alimento o pianta, diventa così una preziosa merce di scambio.

Il nome “Safe Esperia” deriva da una nave prigione degli anni 30. Inizialmente, infatti, i personaggi della storia vivevano su una enorme nave. L’idea poi è stata accantonata perché non mi avrebbe permesso di fare alcune cose che non volevo eliminare dalla trama, così ho optato per una città-fortezza.


Di seguito, alcune informazioni sulla città murata di Kowloon:

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L’antica città murata di Kowloon è stata demolita nel 1983. Si trattava di un impressionante agglomerato urbano di 200 x 100 metri di solido cemento, con costruzioni alte 10, 12 e in qualche caso anche 14 piani, che era arrivato ad ospitare fino a 50000 persone. Quella che sarebbe diventata la città murata era stata costruita come fortino a metà dell’800, ai tempi dell’annessione inglese dell’isola di Hong Kong con il trattato di Nanchino (1842).

Il vero boom, si ebbe dal 1974 in poi, dopo che una spedizione di 3000 poliziotti fece piazza pulita dei componenti di una Triade che aveva stabilito la propria sovranità su quel luogo. Libera dalla malavita organizzata e priva di qualsiasi controllo statale, Kowloon ricominciò a crescere come un’entità biologica. Le costruzioni si svilupparono l’una sull’altra senza alcun piano e vennero eseguite anche moltissime modifiche praticamente senza nessun intervento da parte di architetti o ingegneri. Migliaia di metri cubi vennero semplicemente assemblati in un patchwork monolitico, riducendo gradualmente gli spazi fino ad arrivare a situazioni paradossali in cui finestre si aprono letteralmente sul muro o sulle finestre del vicino. In breve tempo, le strade normali scomparvero dalla città murata. Gli unici spazi fra gli edifici si ridussero a stretti vicoli in cui raramente riusciva ad filtrare un raggio di sole.

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Nel 1987 Kowloon raggiunse l’incredibile cifra di circa 50000 abitanti stipati in 0.026 km2 che corrisponde all’iperbolica densità di 1.500.000 esseri umani per km2.
Era sicuramente un luogo di illegalità diffusa: case da gioco, droga, prostituzione erano comuni a Kowloon, più o meno al livello di una qualsiasi metropoli. Ma la cosa notevole è che un luogo del genere sia riuscito ad esistere per tanto tempo privo di qualsiasi intervento statale. La corrente elettrica veniva semplicemente rubata alla rete di Hong Kong, con un intrico di cavi e impianti autogestiti per distribuirla e soltanto alla fine degli anni ’70, dopo un incendio, le autorità intervennero installando delle linee quasi regolari. Per molti anni gli abitanti si procurarono l’acqua scavando una settantina di pozzi entro il perimetro della città e solo negli ultimi 20 anni il governo aveva installato delle tubature che portavano acqua pulita e controllata fino ai limiti della zona.

La città murata è stata per molto tempo una zona temporaneamente autonoma, sganciata dai poteri locali e auto-organizzata in cui fiorivano una serie di attività come negozi, piccole fabbriche, studi medici e perfino scuole e asili nido, tutti privi di alcun permesso, ma necessari e professionali. C’erano anche molti ristoranti, un tempio e uno “yamen”, un ufficio in cui un saggio amministrava la giustizia e dirimeva le controversie, relitto di un lontano passato cinese. E così la vita andava avanti, la gente si muoveva all’interno della città murata svolgendo servizi e raggiungendo il posto di lavoro, mentre i bambini, dopo la scuola, venivano portati a godere di un po’ di sole nei giardini sui tetti.

Il punto è che il tutto era organizzato e sostenuto autonomamente dalla cittadinanza a dispetto delle diversità e dei conflitti che in un luogo a così alta densità abitativa potevano facilmente esplodere, dimostrando così un incredibile spirito di adattamento e di tolleranza.

fonte: http://www.maurograziani.org/wordpress/archives/790


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